Per chi come me ha percorso professionalmente il design dalla fine degli anni ’70 ad oggi, parlare di Tobia Scarpa è ricordare importanti progetti che lo legarono ad aziende come Gavina, B&B, Maxalto, Flos, ecc. Progetti che hanno segnato un’epoca perché sono stati presi a modello da molti designer che li seguirono. Il nome di Tobia Scarpa viene associato a quello della moglie Afra, ed insieme firmarono molti progetti. Per illustrare il suo modo di concepire la professione basterebbe questa sua frase detta durante la presentazione del suo libro “BetweenWolves and the Abyss” presso l’Associazione Industriali di Udine:” Non m’importa il successo e di essere importante, m’importa quello che faccio”,ed inoltre aggiunse: ”Tuto passa e tuto resta, ma cosa resta del nostro pasar?” del poeta Giacomo Noventa. È con questo spirito infatti che egli da sempre lavora. Creare oggetti, architetture, ambientazioni che persistano nel futuro:è questo che si ottiene solo se si ha la consapevolezza di cos’è un progetto, di cosa si vuole fare e del suo uso. Ogni suo lavoro infatti rispecchia questo condivisibile modo di pensare. Ricordiamo alcune delle sue opere: la lampada FOGLIO del 1966 per Flos, (azienda che egli ha contribuito a far nascere nel 1960),una semplice foglio di lamiera curvato e che nasconde la fonte luminosa,la lampada BIAGIO del 1968, sempre per la stessa azienda, elegantissima lampada da tavolo interamente ricavata scavando un blocco di marmo bianco; la lampada BIAGIO rappresenta l’uso altamente tecnologico per l’epoca della lavorazione del marmo. È un’icona del design anche il divano CORONADO, prodotto da B&B nel 1966, ches’inserisce nella tradizione del design come un classico, immagine stessa del relax. Come non ricordare la poltroncina PIGRECO del 1959 prodotta da quella che fu la storica azienda Gavina. In una recente intervista egli afferma:“Architetti si nasce, pasticcieri si diventa. Io vanto questo diritto di nascita, un diritto che non garantisce però la qualità. Ogni uomo gioca con il proprio destino”.Egli, figlio del Prof. Carlo Scarpa, architetto di fama internazionale, dedicò ben oltre 50 anni dei suoi 76 anni di vita al design e all’architettura.Egli disse:“A differenza di come si esercita oggi la professione,e cioè attraverso le strutture di insegnamento quali la scuola, l’università, ecc., io ho seguito un percorso, anche se familiare, più antico. Il mio apprendistato è stato come quello di una bottega antica, in cui il ragazzo arriva e impara i primi rudimenti che sono all’altezza delle sue capacità e mano a mano progredisce nel crescere, nell’acquisire esperienze, fino ad assumere responsabilità diverse e una visione profonda del mestiere, cosa che invece l’università demanda a delle persone già adulte, a un’esperienza successiva”.Anche nell’ambito dell’architettura egli ha dato molto. Il suo progetto è il connubio tra tecnologia e arte nella quale uno dei soggetti primari è il protrarsi nel tempo delvalore dell’opera. Nel 1964 Tobia,assieme a sua moglie Afra,incontrò Luciano Benetton per il quale progettò la prima fabbrica (il maglificio), la casa e la catena di negozi:egli protagonista di un nuovo atteggiamento per la gestione della produzione, distribuzione e vendita, curando quindi l'immagine della società. Poi il quindi il suo lavoro è proseguito negli anni fino ai giorni d’oggi con la realizzazione di numerosissimi altri progetti per vari committenti. Ma Tobia Scarpa va considerato più architetto o più designer? ”Non c’è un ordine, -dice Scarpa- io non penso che ci sia una specializzazione. Guidi diceva che la differenza fra un uomo di talento e un genio è che il genio è costretto a fare solo quello che sapeva. Ora io non mi considero certamente un genio. Tento di essere un uomo di talento e come tale ritengo di saper fare molte cose, magari male ma tante”. Cosa pensa del scenario attuale nell’ambito Architettura e Design? ”Il mondo di oggi è un gran caos che riporta allegoricamente alla mente il film Prova d'orchestra di Fellini. C'è scarsezza di afflato: ognuno suona il suo strumento, spesso senza accompagnarlo con gli altri. A risentirne, naturalmente, è anche il panorama contemporaneo dell'architettura e del design in cui, a mio giudizio, diventa sempre più difficile ed impegnativo comunicare e raccordarsi”.
Prof. Fabio Di Bartolomei
Industrial &Interior Designer
Libero professionista,
Accademia di Belle Arti Cignaroli di Verona
già Docente di Design
presso la Facoltà di Architettura di Trieste